La Critica

Giò Siciliano appartiene a quella sempre più rara categoria di artisti che hanno la forza e il coraggio di praticare l’arte per l’arte. Impegno non facile per tutte le implicazioni che comporta su diversi piani: da quello più problematico della critica a quello brutalmente adagiato sulle questioni commerciali. Lei lo fa con grande disinvoltura e ci riesce bene.
La mostra che proponiamo ci pare sia una conferma oggettiva delle sue scelte (o non scelte?) poetiche, contrassegnate appunto da una totale libertà espressiva. Infatti, si noterà che le opere presenti in galleria sono dominate da una notevole eterogeneità: differenze che sorprendono e che impongono all’osservatore uno sguardo attento e assolutamente non superficiale.
L’artista ha volutamente costruito dieci grandi tele che hanno la prerogativa di non avere alcun legame apparente tra loro. Intendiamoci, un legame di fatto esiste, ma non è quello adagiato sul più comodo strato dell’apparenza. Giò Siciliano ci propone infatti una trascrizione diretta dei moti dell’animo, che, in ragione della loro intensità e specificità, vengono poi estrinsecati con risultanze formali anche molto diverse, ma animate da un comune tracciato poetico.
Il progetto, conferma la pittrice, è quello di affrancarsi dai ceppi delle convenzioni, per fare in modo che ogni opera possa essere un universo parallelo, nel quale l’osservatore saprà trovare riverberi del proprio essere.
La scelta coraggiosa si sorregge con un aspetto che anche l’approccio rigorosamente filologico non dovrebbe sottovalutare: questa è la prima mostra della Siciliano. Un primo contatto diretto con il pubblico, che giunge dopo anni di esperienze e lavoro in studio, passando dalle certezze del figurativo alla non facile conversione in direzione di linguaggi “altri”, come quelli espressi in questa personale.
Osservando le singole tele, ci si rende conto che ognuna è caratterizzata da una notevole potenza: sono tele forti, nelle quali la sostanza cromatica irrompe nel tracciato grafico, proponendo moti intrinseci, che si sviluppano sui quei sentieri dell’anima che hanno consentito all’artista di convertire l’emozione in immagine.
Attenta alle implicazioni metalinguistiche che il suo lavoro può determinare, Giò Siciliano concede agli echi della dimensione letteraria e teatrale di percorrere trasversalmente la sua produzione pittorica: il risultato è una simbiosi costruttiva, che invita il fruitore a un’osservazione attenta. Contrasti prorompenti, oppure percepibili lievemente sotto il velo di una dominanza cromatica, donano a ogni opera una sorprendente vitalità, che coinvolge e affascina.

Massimo Centini


Ci sono delle espressioni cromatiche che possiedono, in un’energica intensità emotiva e che rappresentano, nello stesso tempo, una sorta di prolungamento ideale di un bisogno interiore, da parte della persona, di comunicare le proprie intime e profonde spinte emotive. In questo contesto s’inserisce la pittura di Giovanna Siciliano: alla ricerca, non solo, di una padronanza espressiva collegata, in qualche modo, alla texture accademica del Novecento, ma anche a una sperimentazione pittorica per masse cromatiche e per segni, forme, immagini, sagome e profili avulsi da ogni genere di dimensione retorica che insuperbisca la sua stessa scrittura immaginifica: al contrario, invece, solitaria, furiosa, impetuosa e primitiva, in senso positivo.
Nature morte, ritratti (appena, appena pronunciati nei loro contorni ornati) ed espressioni tauromorfe, compongono la scelta estetica e stilistica di Giovanna Siciliano: profonda cultrice dei rossi e degli azzurri, in tutte le sfumature, nuance e gradazioni tinto/tonali, capaci di dar risalto alla metafisicità del cielo e all’espressività del corpo. Aspetti questi che trovano maggiore esaltazione cromatica, da parte dell’artista, grazie all’uso della spatola: la quale consente, se ben adoperata, di allungare i contorni della figura in una serie di mezzi toni e di amplificarne i tratti attraverso le screziature che sono insite nella materia colore.
L’esaltazione tanto delle striature, quanto delle venature cromatiche, della pittura di Giovanna Siciliano, avviene – come si accennava poc’anzi – grazie a un genere di fattualità espressiva e a un tipo d’intermediazione tecnica tutta incentrata sull’uso della spatola: che rappresenta, nel caso di quest’artista, un vero e proprio medium esperienziale e procedurale, aggiuntivo al colore e all’ornato pittorico.
Intravediamo nella ricerca pittorica di quest’artista una volontà concreta, da parte sua, di voler continuare a calcare la scena espressiva e figurale, con indefesso vigore e con nuovi e sempre maggiori esiti tècnici, molto indicativi dal punto di vista estetico e stilistico.

Rino Cardone


Così deve vedersi un’opera, con gli occhi del ricordo e del rimorso.
Un senso di guerra e verifica costante, di rottura provocata da tormenti e dal bisogno di partecipazione che si contrappone al generale destino dell’uomo: di contraddizioni e di dolore.
I quadri di Giovanna sono calchi, forme, oggetti fantastici che non tradiscono la sua origine: la terra del sole e del mare, la terra dei briganti e dell’aspro-monte. Giovanna impasta i colori, li modella come cartapesta li strapazza come visioni oniriche, li graffia e li presenta come immagini che a chi li osserva rimandano percezioni di forme quasi da acchiappare ed intingervi la mani. Giovanna rimuove le visioni e oltrepassa il confine tra fisico e psichico collocando forme inverosimili senza punti fermi ma con l’essenzialità dei cromatismi (si può dire?) offrendo scenari che restituiscono sensazioni immediate riscoprendo questo cordone che lega le regioni della sua esistenza alla sua terra mai persa.

Mariano Paturzo